Una volta una dottoressa africana mi ha detto: “La malattia ci trova là dove siamo. Quando è toccato a me, ho capito che potevo viverla come una circostanza avversa e fino a un certo punto irritante o, al contrario, come un’immensa e immeritata occasione per imparare. Ho deciso che la mia prospettiva sarebbe stata la seconda”. Ho pensato a queste parole leggendo un libricino, uscito da poco per Vita e Pensiero, dal titolo "Sendino muore", che racconta in forma di diario la malattia e la morte di un medico, senza che la sua esperienza venga minimamente edulcorata. È come se la malattia, prima di reclamare la sua vittoria, gli avesse concesso di guardarla negli occhi, di studiarla, di misurarsi con essa.
Ma la malattia può davvero essere una opportunità? Questa domanda se la sono posta tre professionisti: Antonella Delle Fave, ordinario di Psicologia all’Università Statale di Milano, Giuseppe Masera, medico-pediatra, già direttore della Clinica Pediatrica all’Università Milano-Bicocca, ospedale San Gerardo di Monza e Alberto Scanni, oncologo già direttore dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dando vita al progetto Malattia come Opportunità. “Nella cultura cinese – hanno detto – esiste una parola, Weiji (危机) che si ottiene dall’unione di due caratteri: crisi e punto cruciale (di svolta o cambiamento). Questo concetto suggerisce che ogni evento critico e negativo può contenere al suo interno l’opportunità di un cambiamento positivo e costruttivo”.
Negli ultimi anni, con il progredire delle conoscenze in ambito psicologico e riabilitativo, si è visto che non è necessario essere in buona salute per essere in grado di percepire benessere e qualità di vita. Ciò che incide profondamente su queste percezioni non è tanto la condizione di malattia, quanto il modo in cui la persona la vive e la interpreta. Una malattia percepita come un evento che sottrae definitivamente e irrimediabilmente risorse, capacità di azione e possibilità di realizzazione ha un impatto molto diverso rispetto a una malattia vissuta come una sfida, come un evento che ha sicuramente un costo, ma che può permettere di affrontare la vita con una nuova consapevolezza, di scoprire in sé risorse inaspettate, di apprezzare di più i momenti positivi e di ridefinire priorità e valori.
“La Psicologia positiva – hanno spiegato i tre studiosi – è una branca della psicologia che cerca di impostare l’intervento sul sano e sul malato tenendo conto delle potenzialità positive, considerando che valorizzarle può aiutare a porre la persona globalmente in una situazione tale da affrontare meglio anche le difficoltà e le sofferenze. È stato dimostrato che questo approccio è valido anche per i malati e per chi soffre. Non si tratta di negare la malattia e la sofferenza, ma di considerarle, quando ci sono, come parte dell’esperienza umana e di riconoscere che anche in queste condizioni è possibile continuare a sviluppare le proprie potenzialità umane e a dare un senso alla propria vita”.
Alla domanda se l’esperienza clinica conferma che la malattia possa essere anche una opportunità, Antonella Delle Fave ha risposto che “la malattia, come anche altre esperienze traumatiche, ha la capacità di fare emergere valori e risorse positive (resilienza, crescita post-traumatica) in una ampia gamma di casi. L’idea che la malattia sia esclusivamente una condizione di perdita e sofferenza è ampiamente superata dalle evidenze scientifiche”.
Giuseppe Masera ha risposto che “la malattia è una medaglia a due facce. In una prima fase, soprattutto al momento della diagnosi e durante le terapie, essa è una esperienza dolorosa, che può causare ansia, depressione e limitazione della qualità di vita. Tuttavia, col passare del tempo, una volta superata la fase acuta e con l’inizio del recupero, molti pazienti riescono a vedere anche gli aspetti positivi della loro esperienza. La malattia può diventare un’opportunità di crescita personale, di riscoperta delle priorità della vita, di rafforzamento delle relazioni con gli altri e di maggiore consapevolezza delle proprie risorse interiori”.

